Itinerari artistici in Val d’Orcia

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Itinerari artistici in Val d’Orcia
Inondate di luci e di colori smaglianti, così le tele ci appaiono e si propongono attraverso densità e trasparenze, corposità e dissolvenze, nuove e più mature introspezioni liriche dell’artista.

 

Il pittore assomma i colori, non esce dalla sua ricchissima tavolozza, ma ha la capacità di farli virare verso orizzonti comunque diversi, insospettati. Le colline della Val d’Orcia emergono così in una luce completamente nuova, come in un controcan- to sommesso e in una dimensionalità lirica, dello spirito. Quasi circondate da un alone o comunque viste attraverso la lente del poeta, “le crete” bianco-az- zurre si propongono inedite in un biancore assoluto e il contrasto è cercato con i rossi e i marrone cupo dello sfondo. Esse ci spingono come il poeta a guardare “al di là della siepe”. E’ sempre la visione d’infinito che porta ognuno di noi a immaginare altro e pensare a realtà diverse dalla propria, a considerare non finiti i propri luoghi o co- munque momenti e aspetti di un più alto sentire. La pittura, quella vera, che nasce dall’insondabile e cerca continuamente risposte, senza peraltro aver la pretesa di darle, si chiede:in questa infinità come si pone l’uomo? Uomo e spazio sono in contrasto o non è proprio la natura e il paesaggio senese il luogo “naturato” per eccellenza, dove si riscontra e si esprime meglio la felicità creativa e l’armonia “che ne governa” ?
Ed anche il filosofo ci ricorda che “lo spazio che si costituisce come paesaggio è lo spazio in cui l’infinità e la finitezza si congiungono, passano l’una nell’altra…”(R. Assunto). A questa doppia immagine, così illuminante ci riconducono le grandi distese di giallo solare appena percorse e screziate da tratti di luce e siepi rosse, come in “Paesaggio in Val d’Orcia”, mentre angoli incisi e colore in dissol- venza, quasi specchi di realtà remote, solcano i colli di “Montalcino”. E Montalcino appare quasi un ricordo d’infanzia, le case del borgo strette e chiuse in un alone bluastro isolate dal paesaggio,che, inondato com’è di colori sembra un cantico d’arcobaleno. D’Ambrosi interpreta da meridionale i colli senesi, come vediamo nella “Rocca a Tentennono” o in “Belvedere a S:Quirico d’Orcia” o in “Paesaggio in blu” o in “Giallo e blu” e ci spinge in ogni quadro a perderci e ad annullarci nella felicità del colore. Strisce cromatiche sovrapposte spezzate da lievi in- crespature, porosità di tinte in contrasto, frammenti di blu - verde nella vastità del giallo, rossi in tensione appena interrotti da ocra e marrone.:potremmo continuare così all’infinito nella elencazione delle straordinarie invenzioni cromatiche del pittore, sen- za tuttavia cercare di competervi concettualmente o darne spiegazione logica E’ la pura percezione del quadro che ci invita ad eliminare ogni sforzo razionale, cogliendone gli stimoli visivi primari, in armonia con esso.. Potremmo essere là o in qualsiasi altro luogo, rivisi- tarne i declivi, colli, pianure e siepi ed acque e guar- dare il cielo pacificati col resto del mondo. Tale dimensione quasi edenica di felicità incorrotta e di limite ultimo di un ritrovato afflato panico ci coglie quasi impreparati o forse non convinti delle possibilità ultime dell’arte e della pittura . D’Ambrosi corre questo rischio ed il “furore” crea- tivo manifestato in giovane età dove gli indirizzi di ricerca erano essenzialmente materici si evolve e cambia direzione. Non possiamo non dimenticare il suo sperimentali- smo continuo che dagli anni 60 in poi gli ha sempre fatto prendere strade nuove, mai contento di quan- to raggiunto. Egli il rapporto con la realtà, sia essa figura o natura morta, paesaggio o macchina, l’ha sempre conti- nuamente cercato, rinnovandolo e sostanziandolo attraverso tecniche ed approcci diversi. Spesso in conflitto con essa ed in tensione, spesso in muta attesa o in breve quiete, ne ha ricercato tuttavia l’intima essenza . Oggi la pittura per D’Ambrosi diviene apertura sola- re, quasi un frammento dimenticato di altre dimen- sioni e l’”ubi consistam” che un tempo era richiesta pressante, angosciosa, adesso è apertura al nuovo, desiderio dell’”oltre”, oltre ogni limite fisico. Ed allora nel ricollegarci idealmente con quanto nell’ultima produzione vi è di ricerca di realtà e di “fainomeno” filologicamente inteso come ciò che si mostra, è già chiara ed “in nuce” la dimensione puramente percettiva di questi “Itinerari”. Egli del reale “cuce” i frammenti, come in: “Fram- menti di cielo” ‘93 ed il cielo non è paesaggio, ma spazio, anche se senza di esso qualsiasi veduta non sarebbe completa, non anelerebbe all’infini- tà. Per questo quei “Frammenti” del ’97 possono ricomporsi in totale quiete, accordo con se stessi, “rapporto sicuro con le cose” (Sciascia), senza però accontentarsi del già detto o di pittura oleografica e di maniera. Allora nel ripercorrere lampi ed evanescenze, piccoli e quasi invisibili “strappi” e graffi di questi dipinti ritornano alla memoria i fondi materici e gli “strappi con paesaggio”, le increspature e le vischiosità, la materia che diventa forma e luce. E’ questa richiesta di “più luce” che il pittore si impone continuamente, è questo bisogno di nuove angolature e nuovi spazi da offrire alla propria pittura che determina strade nuove nell’arte di D’Ambrosi, quasi una spinta a riconoscere più alte e profonde dimensioni. Il pittore può finalmente immergersi nella natura, può intraprendere direzioni percorribili, può sperare anche di comunicare,sempre con intensità, ma con più facilità il suo messaggio, purché il paesaggio di- venga una nuova, ritrovata dimensione interiore.

Cettina Nostro

Ultima modifica il Sabato, 13 Dicembre 2014 10:26
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