Ugo D'Ambrosi: il percorso artistico

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Rifacendo a ritroso il percorso artistico di Ugo D'Ambrosi ci si accorge che il periodo "informale" della sua pittura è preceduto da un'ampia ricerca figurativa.

Ugo D'Ambrosi, salernitano di nascita, si è formato a Napoli sotto la guida di Striccoli, Chiancone, Barilla, all'Istituto Statale d'Arte e, più tardi, ha conseguito il diploma di Magistero. Negli anni della sua prima giovinezza ha proposto un figurativo dal sicuro disegno e da pennellate dense che denotano già grande attenzione per la materia; un atteggiamento di ricercatore instancabile e di rifinitore dell'opera sulla quale, già da quegli anni, egli ritornava a ritoccare le parti che, a suo giudizio, apparivano non soddisfacenti.
Il suo analizzare il reale va dagli anni ‘50 al '60: questo rappresenta un continuo e febbrile la cui matrice dominante è quella di far "nascere" la figura direttamente dal colore, alla stessa maniera dell'insegnamento cézanniano che affida alla spatola la formulazione dei corpi "sorti" direttamente dall'impasto coloristico. Nasce così "Composizione" del '50; lo "Sposalizio" dello stesso anno; il "Ritratto" del '51 e quelli degli anni immediatamente successivi in cui la superficie appare già grumosa. Sono opere di mediazione che permettono di avvistare il canovaccio su cui si intesserà la ricerca di D'Ambrosi che già nel '54 dà luogo a tele in cui la figura è ancora presente, leggibile, ma interpretata con maggiore libertà di linguaggio il cui aggancio alle matrici culturali di scuola esiste, ma è riproposto in personalissima maniera. E' facile seguire l'iter evolutivo di questo artista che, abituato a gestirsi con grande misura in ogni situazione, giunge al cambiamento attraverso precisi stadi di avanzamento che sembrano essere le tappe necessarie di un'evoluzione cercata e presagita quasi dall'avvio. Sembrerebbe che ogni tela sia la logica conseguenza della precedente e l'esito finale appare non come ultima spiaggia ma come momento d'attesa. Tele di "passaggio" e testimonianza di ricerca sana quelle tra il 1957 e il '58 nelle quali la figura di donna, ancora presente, è completamente sintetizzata ed offre già esempio di ricerca materica, di colature, di graffio: è la crisalide che sta per uscire dal bozzolo! Così la "Processione" del '57, in cui la scena è ormai già tutta affidata alla materia, alla "macchia" corposa che dà il senso del corteo al centro, mentre di realmente figurativo rimane il personaggio in primo piano che regge la Croce dal braccio maggiore molto lungo; o il "Ritratto" un olio del '58, dove la figura si crea assemblandosi, per mezzo di piani e le screpolature sono anticipatrici delle terrose tele più tarde. La produzione di questi anni, fino al 1960, D'Ambrosi l'ha fatta a Napoli dove partecipa alla vita artistica: sono questi anni che lo vedono vincitore nel '50 del Premio Città di Napoli; nel '51 premiato alla rassegna d'arte figurativa. Il "Nudo" del '60 determina chiaramente l'avvicinarsi del periodo informale: pur rimanendo legato alla formulazione figurativa ed il colore continua ad essere consumato alla stessa maniera delle tele precedenti, la figura presenta già soluzioni materiche deteriorate. L'informale di D'Ambrosi rimane, nel 1960, determinato da una certa figurazione i cui toni si mantengono consumati e frutto di una ricerca tonalmente intesa. Da questo momento la materia attrarrà l'Artista con degli esiti di erosioni, applicati alla figura, quasi decomposta come avviene quando l'acido tocca una superficie: il racconto pittorico si svolge tra piani materici, legati da linee essenziali e scure, usate spesso per trattenere semplici tasselli. La materia, elemento principe di questi anni di ricerca, si ripropone come impasto, su cui il segno, a volte, si evidenzia e gioca sulla superficie facendo intendere, quasi involontariamente, quel che è la traccia di memoria.
L'attenzione nei confronti dei maestri dell'informale e di Burri in particolare, si ritrova nella produzione del periodo napoletano in cui la tela sembra aggrinzarsi, lacerata in alcuni punti, quasi a far vedere quel che è il sostrato di colore nascosto e la "piaga" morale, in chiave di lettura più lata. La scelta cromatica si mantiene costante nei toni pacati, consumati, frutto di una assidua analisi della materia e degli adatti dosaggi di impasti. La tecnica per D’Ambrosi non ha recessi e, all’aggrinzimento della materia o allo squarcio, si aggiunge la combustione pittorica: tutte testimonianze di una grande profondità di sentire e del riaffiorare in superficie, di un'angoscia esistenziale che, tanto' più è marcata la materia sulla tela, tanto più è profonda nell'Artista. II '62 vede D'Ambrosi a Reggio Calabria come docente presso il locale Liceo Artistico ed anche qui la sua tendenza pittorica è segnata dall'informale, forse a maggior ragione poiché i colori
il paesaggio calabrese sono spesso fonte di forte ispirazione cromatica riproposta nei "Paesaggi" di questo periodo. In quest'anno D'Ambrosi espone alla Biblioteca Comunale reggina riscuotendo consensi e successo in un ambiente socio-culturale legato ad altri esiti ed altre ricerche. Questo momento è contrassegnato dai paesaggi di matrice materica, formati da grandi "tasselli" delineati da segni che determinano lo spazio territorialmente inteso e la tecnica si mantiene simile a quella usata a Napoli. Negli anni seguenti i colori si fanno più accesi e la tonalità delle tele giovanili è affiancata dagli smeraldi, dai gialli, dai grigi a supporto della figura che, quando c’è, è rappresentata come “sensazione” della stessa.
Il 1968 segna una tappa importante nell’attività di Ugo D'Ambrosi che insieme a Luca Monaco, Italo D'Auria, Leo Pellicanò, cui si affianca, sul finire Luigi Malice, fonda il Gruppo “Incontro Sud” con l'omonima Galleria. Sarà questo un periodo proficuo sia per la sua produzione artistica, sia per la politica culturale della Galleria, che concluderà nel '70 la sua attività, centro di scambi culturali con le presenze artistiche nazionali, ricevendo consensi da più parti.
Da questo momento l'interesse dell'Artista si rivolge nei confronti della macchina con un primo olio del '67 in cui si ritrova la sintesi dell'immagine del mezzo, riproposta con una materia già liscia, atta a determinare la figura come presa di coscienza da parte dell'Artista. D'Ambrosi, come è sua abitudine, per ogni periodo di ricerca, dipinge delle tele come se fossero prologo a quanto farà in seguito e, chiaramente si nota ciò, nella "Macchina" del '68, in cui i colori tornano ad essere quelli grigiastri dei momenti di maggiore introspezione. Quasi in crescendo, in queste tele, si enuncia la drammaticità della narrazione, ("Scontro"; "Impatto"), con un impasto materico più sostenuto ed il segno incisivo e nero che delinea l'analisi dell'immagine e del concetto. I segni neri sono quelli che offrono una maggiore tensione e permettono un avvicinamento a Kline: il tutto sostenuto da un atteggiamento ironico che predomina sulla composizione.
Sono anni di intensa attività in cui allestisce mostre personali a Palermo, nel '67; a Milano, nel '68; partecipa a numerose collettive; al Premio Villa S. Giovanni; al "Michetti"; al Premio Fiorino. Anni segnati da un'attenzione precisa nei con-fronti dei materiali di recupero che danno esito a "Composizioni"; a "Strutture", "Cronache"; "Paesaggi". Questi lavori nascono dall'uso studiato dei materiali, sono collages quasi, in cui si ritrovano tutti gli elementi propri della pittura di D'Ambrosi, dal colore consumato al segno nero delimitante; aIla materia irsuta, alla figura.
Negli anni '70 l'osservazione della macchina torna a farsi predominante con la rappresentazio meccanica di essa, in un accentuato atteggiamento ironico che non vuol essere un ossequio alla tecnologia né un'esaltazione della dissacrazione alla maniera di César. E' un voler piuttosto riproporre quel che è la realtà del mezzo, parte integrante della vita dell'uomo che D'Ambrosi annota con una pittura fatta di vibrazioni, anche a tanti anni di distanza dai primi esiti. La grafica è pure un momento di ispirazione profonda per D'Ambrosi che agisce alla stessa maniera del dipingere per cui, anche in questa attività, egli opera con la più grande libertà nel rispetto delle tecniche grafiche. Anche in questo campo l'Artista rimane sempre pittore poiché egli usa un fittissimo numero di segni armonizzandoli pittoricamente e non affidandoli alla fredda necessità incisoria e arricchendoli del colore non dimentico dei trascorsi informali. Della sua produzione di incisore, attività che egli cura con maggiore attenzione in questi ultimi anni essendo docente di tecniche dell'incisione presso l'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, ha fatto un'ampia mostra a Messina nell'84 con buon successo, nella quale ha dimostrato di avere saputo raggiungere, sulla base delle sue qualità pittoriche, dei risultati autonomi in una disciplina che, più d'ogni altra è sottoposta a regole precise. L'arte di Ugo D'Ambrosi è fatta allora di attenta ricerca, di sicura conoscenza di tecnica e di maestria, il tutto sostenuto da una estrema sensibilità d'uomo. La sua materia assorbe la luce, rigettandola poi verso l'esterno, il cromatismo delle sue tele, seppur pacato, porta i segni di una febbrile attività. Tele, le sue, sottoposte ad un continuo ritocco, analizzate anche dopo che sono state terminate: sembra che la metrica pittorica venga lasciata a "riposare", come si fa con la creta, per poi manipolarla nuovamente. Quasi magma impregnato di solarità mediterranea, di sensazioni umanamente sofferte da chi, come D’Ambrosi tenta sempre di dare chiarificazione ad ogni cosa.
Ugo D’Ambrosi è in continuo rapporto con le sue opere, mai pago dei risultato ottenuto, certo com'è che lo scorrere dei tempo muta ogni cosa: tempo che egli misura ed osserva, tenendo fra le dita l'immancabile sigaretta.

MARIA ANTONIETTA MAMONE

Ultima modifica il Venerdì, 16 Gennaio 2015 18:14

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